Il peso del vuoto: dialogo sui disturbi alimentari
- Amici Invisibili

- 22 nov 2025
- Tempo di lettura: 5 min
di Giulia Catricalà

Serena Stella Petrone, scrittrice e artista, ha trasformato il vuoto e i suoi derivati di angoscia e solitudine in un’installazione artistica. La bulimia, così, non è più un concetto astratto, ma un disturbante tavolo con piatti rotti, vetri taglienti e persino un martello. Appena sotto la tovaglia, le sedie rovesciate concorrono a creare un forte senso di inquietudine e straniamento. Serena Stella Petrone ha deciso di esporsi raccontando la sua esperienza per contribuire a creare sensibilizzazione su un disturbo invalidante e spesso sottostimato.
Durante la presentazione della tua opera Absentia, la prima installazione artistica su un disturbo alimentare, hai parlato del vuoto interiore legato a questi disturbi. Il tuo libro, recentemente pubblicato da In breve, si intitola Il peso del vuoto. Come sei riuscita a decifrare qualcosa che, per sua natura, sfugge continuamente all’osservazione e a qualsiasi tentativo di misurazione?
Decifrare il vuoto è stato possibile soltanto quando ho smesso di considerarlo un nemico da stanare e ho iniziato a trattarlo come un linguaggio. Il vuoto non è un’assenza: è una presenza muta, che si manifesta nelle crepe, negli eccessi, nei gesti che non riusciamo a spiegare. Nei disturbi alimentari diventa ancora più sfuggente perché si traveste: prende le forme del controllo, della fame, della rinuncia, del perfezionismo. Ma sotto ogni strategia c’è sempre un tentativo di dire qualcosa che non riesce a dirsi.Con Absentia, e con Il peso del vuoto, ho provato a fare un atto di ascolto radicale. Non volevo misurare il vuoto, ma lasciarmi misurare da lui: vedere cosa cambiava in me, cosa lasciava emergere, quali resistenze rompeva. È un lavoro che non si fa con gli strumenti dell’analisi, ma con quelli dell’attenzione: bisogna guardare ciò che di solito eviti, dare dignità a ciò che appare insignificante, accettare che alcune verità esistono solo ai margini.Il vuoto, in fondo, si decifra così: non rincorrendolo, ma restando abbastanza immobili e onesti da permettergli di farsi vedere per un istante. E quell’istante basta per trasformare tutto.
Alla presentazione, ci hai confidato di non essere ancora guarita da un disturbo tanto invalidante come la bulimia. Ti va di raccontarci il tuo percorso?
Il mio percorso non è lineare né risolto, e credo sia importante dirlo senza vergogna. La bulimia è un disturbo che ti toglie voce e lucidità, e per molto tempo ho pensato di dovercela fare da sola, quasi fosse una dimostrazione di forza. Invece la vera svolta è arrivata quando ho iniziato a riconoscere quello che provavo, senza scappare, e quando ho chiesto aiuto.Oggi sto portando avanti un lavoro di autoconsapevolezza che parte dall’ascolto del corpo e delle sue ferite, ma anche delle sue risorse. E soprattutto sono seguita da un centro specializzato per i disturbi alimentari, dove ho trovato professionisti capaci di accompagnarmi passo dopo passo. Non è un percorso facile, e non è ancora finito, ma è finalmente un percorso condiviso. Credo che chiedere aiuto, per chi vive qualcosa di così invalidante, sia già un atto di cura e di libertà.
Nella tua installazione utilizzi vetri rotti, un martello, sedie ribaltate, e dei messaggi cartacei. Come nasce questa idea? Ci sono stati altri oggetti che hai considerato e che non sei riuscita a inserire?
L’idea è nata da una domanda molto semplice e molto scomoda: che forma ha una rottura?Non volevo rappresentarla in modo “pulito” o simbolico in astratto, ma restituire visivamente quel misto di caos, pericolo e possibilità che c’è quando qualcosa si spezza.I vetri rotti sono la parte più immediata: sono belli e terribili insieme. Riflettono la luce, ma se li tocchi ti ferisci. Per me raccontano bene cosa significa vivere un dolore o un disturbo che dall’esterno può anche “non sembrare così grave”, ma dentro lacera.Il martello è l’ambivalenza: è lo strumento che distrugge, ma è anche quello che apre uno spazio nuovo. È la domanda che ti fai quando guardi la tua vita: “Quello che si è rotto l’ho rotto io, l’hanno rotto gli altri, o si è rotto da solo?”.Le sedie ribaltate sono i posti “non occupati”: chi se n’è andato, chi non è potuto arrivare, ma anche noi stessi nei momenti in cui non riusciamo a stare presenti nella nostra vita. E i messaggi cartacei sono il controcanto: pensieri, voci, frasi che non si riescono a dire ad alta voce ma che restano lì, come piccoli resti di significato in mezzo al caos.Ho pensato ad altri oggetti, sì. Per esempio, vestiti usati, altri piatti rotti, uno specchio grande incrinato. Ma a un certo punto ho sentito che sarebbero diventati “troppi segni”, quasi un eccesso di metafore. Ho preferito fermarmi su pochi elementi, molto concreti, che lasciassero spazio all’immaginazione di chi guarda.Non volevo illustrare un concetto, volevo creare una situazione: entrare nell’installazione significa attraversare un dopo. Dopo una crisi, dopo una rottura, dopo una rivelazione. E ognuno ci mette il proprio.
Hai citato la mancanza di dialogo e di comprensione come tema centrale. L’arte e la scrittura possono creare un dialogo con chi vive questi disturbi o con chi li osserva da fuori? In che modo speri che il tuo lavoro apra spazi di comunicazione?
Sì, arte e scrittura possono aprire un dialogo dove nella vita reale spesso non c’è spazio. Rendono visibile ciò che normalmente resta nascosto, danno una forma condivisibile a emozioni confuse e permettono a chi vive un disturbo, e a chi gli sta accanto, di avvicinarsi senza paura o giudizio.Il mio lavoro nasce proprio da questo: creare un luogo neutro, una stanza aperta in cui le esperienze difficili possano essere riconosciute, lette, respirate. Se una pagina permette a qualcuno di sentirsi meno solo o offre a qualcun altro un appiglio per capire un po’ di più, allora quel piccolo spazio di comunicazione si è già aperto.
Credi che in Italia ci sia un’adeguata sensibilizzazione sui disturbi alimentari e una formazione sufficiente per insegnanti e psicologi, in modo da riconoscere e affrontare precocemente queste patologie?
Per esperienza personale, la sensazione è che in Italia ci sia una certa sensibilità, ma resti frammentata e spesso poco efficace. Ho incontrato insegnanti attenti e presenti, ma quasi sempre senza strumenti adeguati: intuiscono che qualcosa non va, vedono piccoli cambiamenti, ma non hanno una formazione che li aiuti davvero a leggere quei segnali sottili che precedono il sintomo evidente. Anche nel percorso psicologico, almeno per ciò che ho vissuto e osservato, non sempre c’è una preparazione specifica sui disturbi alimentari. Ci sono professionisti straordinari, ma altre volte ci si imbatte in approcci troppo generici, che rischiano di far perdere tempo prezioso nella fase più fragile. E poi ci sono i genitori, che spesso vengono lasciati fuori proprio dal pezzo più delicato: il riconoscimento precoce. Per quello che ho visto, sarebbe fondamentale istruire anche loro, dare indicazioni chiare su come leggere i segnali, su cosa osservare, su quando preoccuparsi e quando intervenire. Sono le prime persone che possono accorgersi di un cambiamento, ma se non hanno strumenti o linguaggio per interpretarlo, quel campanello d’allarme rischia di suonare a vuoto.La mia impressione, maturata nella pratica e nelle relazioni dirette, è che più che mancare la sensibilità, manchi la formazione diffusa: a scuola, nei servizi, nelle famiglie. Una preparazione che permetta di intercettare il disturbo prima che diventi una fortezza difficile da scalfire.




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