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Diario di un cratere: problemi di pelle e giudizi feroci tra i banchi di scuola

  • Immagine del redattore: Amici Invisibili
    Amici Invisibili
  • 20 dic 2025
  • Tempo di lettura: 8 min

di Giulia Catricalà


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La pelle è molto più di un organo: rappresenta il teatro su cui si riverbera lo sguardo altrui, il varco per interiorizzare giudizi e aspettative, e quello che sembra ai più un piccolo problema estetico può diventare un ostacolo enorme alla vita scolastica, lavorativa e relazionale. 

Nel suo romanzo “Diario di un cratere”, l’autrice Francesca Noemi Pia Carello racconta questa dinamica attraverso Natalie, adolescente che scopre come l’acne possa condurre nell’androne del pregiudizio e dell’intolleranza.  

L’autrice ci offre una brillante riflessione sull’accettazione di sé che trae spunto dall’antropologia e dal confronto con le altre culture. 


Nel romanzo la figura corporea, segnata dall’acne, diventa uno spazio di esposizione e vulnerabilità. Quanto l’acne può incidere sulla costruzione dell’identità in adolescenza e sul modo in cui una ragazza impara a guardarsi e a sentirsi guardata dagli altri?


Durante l’adolescenza l’identità è fluttuante: psiche e corpo si formano, evolvono e sperimentano anche stando in mezzo agli altri. Natalie, la protagonista del mio romanzo, inizialmente nota il cambiamento della sua pelle e avverte il malessere fisico legato allo sviluppo, ma non mette in discussione le sue certezze più profonde. Il vero problema subentra quando il mondo dell’adolescente viene invaso dai giudizi negativi dei pari, che in questa fase di vita rappresentano una componente importantissima: Natalie inizia a soffrire quando fa proprie le osservazioni indiscrete, gli insulti, le battutine ambigue riferite all’acne da parte dei coetanei e di alcuni adulti, non quando sul suo volto compaiono le prime pustole. In un primo momento queste generano in lei soltanto curiosità e domande tipiche di ogni cambiamento, ma non le giudica. Un aspetto su cui ho riflettuto molto scrivendo il romanzo è stato proprio il processo di “costruzione sociale” di questa malattia. Nella vita di Natalie, infatti, l’acne non ha conosciuto “mezze misure” e rappresenta un po’ un paradosso: crea sgomento tra i suoi compagni di scuola, ma nel momento in cui la ragazza se ne lamenta o racconta del disagio fisico (rossori sparsi sul volto, bruciori, dolori e pruriti), questo viene puntualmente deriso, sminuito o ignorato, sebbene sia costretta a seguire una routine pedante per prendersi cura della sua pelle con farmaci costosissimi.


Natalie interiorizza lo sguardo giudicante che riceve, fino a provare vergogna e senso di colpa per il proprio corpo. In che modo l’acne può trasformarsi da semplice condizione fisica a stigma sociale capace di alimentare isolamento ed emarginazione?


Durante l’adolescenza inizia anche il confronto con il sesso opposto, la curiosità di sperimentare nuove emozioni e di provare a sentirsi un po’ come i protagonisti dei film, dei romanzi e delle storie che fino a quel momento hanno accompagnato. Ecco, per Natalie non serve avere una pelle perfetta per essere protagonista della propria vita, lei nel profondo lo sa bene, ma la realtà che vive le dice altro: non importa quanto tempo trascorra dinanzi allo specchio a truccarsi per non doversi poi sentire a disagio in mezzo agli altri e poter vivere serenamente le sue giornate, non importa quante soluzioni creative riesca a trovare nell’ambiente scolastico per sfuggire all’oppressione persistente del bullismo – che riguardino la musica, il teatro, la scrittura o la pittura – , ogni pretesto è quello giusto per mettere in risalto la sua pelle “imperfetta”. Lo stigma si crea attraverso le narrazioni e i comportamenti, ad esempio quando la persona viene derisa, ignorata o messa a tacere, sostanzialmente discriminata, attraverso un insulto legato all’acne. A Natalie viene detto e fatto intuire che non è bella a causa della sua malattia della pelle e che non importa quanti sforzi farà, quanto impegno metterà o quante qualità possiede, lei parte comunque svantaggiata. Perché? Perché ha l’acne. Questo senso d’impotenza appresa che emerge dalle pagine di diario, in un’età come quella dell’adolescenza, rappresenta il risultato di una vera e propria violenza, nonché del bullismo diretto e indiretto: il corpo e, dunque, la persona, viene rinchiusa in una gabbia invisibile, rendendo anche semplicistico il concetto di “bellezza”, che è invece tanto ampio quanto relativo.


Nel libro emerge con forza il tema della violenza “contagiosa”, che spesso nasce da piccoli gesti o parole. Pensi che la cultura dell’estetica perfetta e dei corpi “accettabili” contribuisca a rendere l’acne un pretesto per il bullismo e l’esclusione nei contesti scolastici?


Se quello della “bellezza” è un concetto ampio e relativo, quello della “perfezione” è del tutto inesistente e la storia, sia collettiva che individuale, dimostra che, nel tentativo di perseguire un ideale, si rischiano di commettere le peggiori violenze verso se stessi e il prossimo. In questo momento mi viene in mente il libro di Michael T. Taussig, “La bellezza e la bestia”, che dimostra quanto appena detto attraverso la sua ricerca condotta in Colombia. Negli ultimi anni ho notato un’apertura differente verso le malattie della pelle come l’acne, grazie al lato buono dei “social”, alle iniziative volte alla sensibilizzazione, ai personaggi del mondo dello spettacolo che mostrano con serenità le loro imperfezioni,ma i media restano uno strumento potentissimo e nel momento in cui vengono presentati gli ultimi fondotinta “per una pelle liscia e perfetta” o i filler contro le rughe e i segni dell’età, come se determinati aspetti che appartengono alla vita umana fossero da attenuare o bandire del tutto, si costruisce anche uno sguardo sui corpi. Questi divengono oggetti da modellare non coerentemente alla propria personalità, al proprio sentire, bensì in rapporto alla direzione che la cultura dominante vuole imboccare in un determinato periodo storico. Ogni volto che s’incontra, ogni singolo corpo, indipendentemente da come lo si giudica, porta con sé una storia e racconta molto più di quello che siamo in grado di vedere o intuire. In quest’ottica occorre scegliere le parole con cura, in modo tale da rimanere aperti dinanzi all’altro, che ha il diritto di esprimere se stesso/aindossando dei pantaloni rosa o i capelli biondi e a caschetto o lo smalto per le unghie anche se si tratta di un ragazzo, uscendo serenamente di casa con l’acne, le cicatrici, la taglia large o slim e così via… Ognuno ha il diritto di essere se stesso, unico e irripetibile, in ogni fase della vita, per questa ragione è fondamentale un’educazione alla tolleranza.


Scrivere come atto di resistenza e consapevolezza. Quanto è importante, secondo te, raccontare esperienze come l’acne e il disagio corporeo per restituire dignità ai corpi e favorire relazioni sociali più umane, empatiche e inclusive?


Scrivere, come qualsiasi altra forma d’arte, è e non può non essere libertà. Nel caso di “Diario di un cratere” possiamo dire che è una forma di “nudità”: il fine è di accantonare i “fondotinta”, i “filtri” e le “maschere” per esprimere gli stati d’animo autentici di Natalie. Scrivendo sul suo diario, la protagonista ha modo di fare lunghi viaggi introspettivi, ricerca e riflessione che si riversano poi all’esterno e che la portano a scoprire molte altre storie simili alla sua, annullando quel senso di solitudine iniziale. Scoprire di non essere gli unici e i soli permette di ridimensionare la propria sofferenza, di comprendere quella dell’altro, persino il malessere latente di coloro che si approcciano al prossimocon il filtro del pregiudizio, dello stereotipo, dell’etichetta, in quanto i primi a soffrirne e a esserne prigionieri sono proprio loro. Parlarne è importante, perché conoscere e conoscersi è l’arma più potente contro tutti coloro che tendono a fare di tutta l’erba un fascio: il genere umano non è fatto di categorie, ma di singole persone che si distinguono per una miriade di caratteristiche, non certamente per l’acne in sé. Infine, io credo esista il diritto di chi vive il disagio corporeo di esprimere e raccontare cosa significhi attraversarlo e doverci convivere. Natalie decide di scrivere il suo diario per questa ragione: le narrazioni negative attorno alla sua pelle sono costanti e quotidiane, seguite da comportamenti e atteggiamenti che hanno il fine ultimo di confermare il pregiudizio, pertanto lei decide di contrastare ciò attraverso la scrittura, attraverso una vera e propria mappa – i suoi diari –  che l’aiuti ad orientarsi in mezzo alla confusione delle parole altrui e a distinguere la sua voce interiore.


Per accettare se stessi e gli altri, quanto conta l’educazione impartita dai genitori e dalla scuola? Credi che nelle famiglie e nelle scuole si parli troppo di estetica e corpi considerati “conformi”? O sono solo i social i responsabili?


Io non penso che sia sbagliato parlare di estetica: è un argomento che coinvolge, appassiona e interessa, ma che non deve diventare un’ossessione o, in molti casi, un incubo. Non è dal parlare di estetica che scaturisce il problema, ma dall’incapacità di trasmettere ai più piccoli la semplice importanza dell’esserci e del fatto che anche l’ideale di “bellezza” vari. Ricordo la mia prima lezione di antropologia sociale all’università, si parlava proprio di quanto questo concetto fosse relativo: la docente discorreva del popolo Nuer e di come le scarificazioni facciali venissero considerate affascinanti e belle, fino al punto da procurarsele in autonomia e a piacimento, proprio perché corrispondenti ad un sistema di valori, di significati, di credenze e, dunque, ad uno sguardo “altro” sul mondo. Ripenso ai piatti labiali presso i Surma o ai piedi di loto in Cina o, ancora, al colorito pallido prediletto in epoca vittoriana. Ecco, vari elementiculturali concorrono a influenzare il proprio sguardo sull’estetica, ma non può divenire assolutizzante. Come ho già detto, il confine tra “la bellezza e la bestia” è sottile nel momento in cui, nel tentativo di perseguire un ideale di “perfezione”, qualunque esso sia, si è disposti a pratiche pericolose e dolorosissime. Oggi, grazie ai “social”, si ricevono numerose informazioni su qualsiasi argomento, per questo, se usati con maturità e consapevolezza, è possibile aprirsi a realtà, a storie di vita e a modi di pensare dei qualis’ignora l’esistenza. Un’educazione volta all’inclusione non può che valorizzare la diversità in tutte le sue forme. L’eredità più grande che si può lasciare alle future generazioni, soprattutto in questo preciso momento storico, è quella di un’educazione aperta all’altro, nella consapevolezza che “l’altro” è anche il compagno o la compagna di scuola con un suo vissuto, le sue credenze, il suo modo di concepire l’esistenza. I conflitti sono inevitabili, ma il dialogo deve andare oltre lo stereotipo: il dialogo non è “descrivere” il prossimo, ma conoscerlo in quanto persona. L’altra faccia della medaglia dei “social”, infatti, è proprio questa: è fin troppo facile aprire il profilo di qualsiasi noto volto per imbattersi in una sfilza di commenti d’odio, indiscreti, irrispettosi, per non parlare poi del cyberbullismoche ogni giorno colpisce studenti di ogni ordine e grado.


Il bullismo sembra sempre più una piaga inarginabile. Che strumenti suggerisci per combattere queste condotte che segnano profondamente la vita delle vittime? Le istituzioni e la scuola stanno facendo abbastanza?


La storia di Natalie ci dimostra che quel “non sentirsi maiabbastanza” – che s’insinua durante e a seguito del bullismo– influenza spesso il futuro modo di relazionarsi e, permanendo in un contesto tossico, come può esserlo quello di una classe o di una scuola in cui si perpetrano sistematicamente episodi di violenza diretta e indiretta, si finisce con l’iniziare a credere di meritarla, fino ad abituarsene. Natalie trascinerà con sé questa pericolosissima sensazione anche all’interno della sua prima relazione sentimentale, quando il partner si rivelerà un ulteriore offender lungo il suo cammino. Imparare ad amarsi è la prima cosa che contesti come la famiglia e la scuola dovrebbero incentivare. Come? Osservando le inclinazioni di ognuno, valorizzandole, ma soprattutto educando ad ogni aspetto della vita umana, senza tabù, ma con metodo. Per quanto riguarda la piaga del bullismo, rimango parecchio perplessa quando atti simili vengono giustificati o sminuitianche a posteriori, anche a seguito di vere e proprie dinamiche culminate in tragedia. Ritengo che occorrerebbe prestare molta più attenzione alle varie sfumature che la violenza può assumere e al fatto che le battutine, le parole ole frasi giudicate “innocue”, rappresentino spesso solamente il primo gradino nella piramide della violenza ideata da JoCox e che possono comportare gravi conseguenze. Credo sia un bene che oggi si parli molto di più di questi temi, perché ve ne è una grande necessità non soltanto tra i ragazzi, ma anche tra le persone adulte. Le istituzioni, in fin dei conti, sono formate da persone ed è fondamentale che ognuno di loro disponga di strumenti propri e/o acquisiti per far fronte a simili emergenze educative. Il dialogo, l’empatia, l’ascolto, il tempo sono queste le cose di cui gli adolescenti hanno bisogno. Natalie ha ricevuto tutto questo dalla famiglia, ma avrebbe tanto desiderato trovarlo anche tra i banchi di scuola.

 
 
 

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