La dottoressa Antonella Matti: vivere da entrambi i lati della scrivania
- Amici Invisibili

- 21 feb
- Tempo di lettura: 4 min
di Giulia Catricalà

Nella raccolta Il conforto del caos, la dottoressa Antonella Matti varca quella soglia invisibile tra sapere accademico ed esperienza personale.
La poesia diventa, così, uno spazio catartico dove poter scrutare il “peso specifico” della malattia e sganciarsi, per quanto possibile nell’ambito di patologie croniche, dal vincolo del dolore.
La dottoressa Matti, ecografista e specialista in medicina nucleare, racconta infatti come la rettocolite ulcerosa abbia stravolto la sua vita privata, avvicinandola però ai suoi pazienti, sia umanamente che simbolicamente, e portandola a rielaborare le coordinate dell’esistenza, della professione e del contatto con l’altro e con sé stessa. Ci confida, tra l’altro, di non essere stata creduta subito dai colleghi, arrivando alla diagnosi con quasi due anni di ritardo.
Ci può parlare di come è nato il suo libro? La poesia è diventata un modo per dare voce a stati d’animo che la medicina non riesce a nominare?
Il mio libro è nato da una curiosa coincidenza di eventi: a fine 2022 avevo vinto un contratto editoriale con la casa editrice Minerva grazie ad un concorso letterario di poesie.
Mai avrei pensato che quella grande occasione si sarebbe trasformata in un'ancora di salvezza. Subito dopo, infatti, la vita mi ha travolto: un ricovero per via della patologia cronica da cui sono affetta (la rettocolite ulcerosa), la diagnosi di menopausa precoce ed infine la separazione da mio marito. Nel giro di pochi mesi, mi sono ritrovata completamente a terra. In quell'enorme caos, la poesia è diventata il mio modo per dare struttura a tutte le emozioni che stavo vivendo, in una sorta catarsi letteraria.
Anche se nel mio percorso come medico avevo familiarizzato con il concetto di dolore, viverlo con una tale intensità in prima persona mi ha cambiato nel profondo. In medicina, non esistono termini tecnici sufficienti per descrivere ed accogliere ogni sfaccettatura della sofferenza umana.
Ho scelto di raccontare i miei problemi e le mie patologie perché mi sono resa conto che nella condivisione della sofferenza si può trovare un enorme conforto. La solitudine in cui troppo spesso ci si sente annegare viene lenita dalla consapevolezza di non essere soli nelle difficoltà della vita.
Da questo concetto, ha origine il titolo del mio libro "Il conforto del caos".
Le patologie invisibili spesso costringono il paziente a dimostrare il proprio dolore e a chiedere di essere creduti. Secondo lei, cosa dovrebbe cambiare nella formazione dei medici per evitare che la sofferenza venga minimizzata solo perché non si vede?
Nelle patologie invisibili, il paziente combatte due battaglie: quella contro il proprio corpo e quella contro il pregiudizio dei medici e non.
Le patologie che non producono sintomi evidenti o chiaramente quantificabili vengono spesso sottovalutate e mal diagnosticate, ritardandone la diagnosi anche di diversi anni. Io stessa, all'esordio della mia patologia, non sono stata creduta dai miei colleghi, arrivando ad una diagnosi solo un anno e mezzo più tardi.
Passando dall'altra parte del tavolo, mi sono resa conto di quanto la formazione medica sia estremamente carente nell’educazione all'ascolto. Non mi riferisco solo a ciò che dice il paziente ma anche al "non verbale", che spesso racconta più di mille parole.
Credere ai sintomi, guardando il paziente nella sua interezza come essere umano, non è un gesto di cortesia, ma un atto clinico fondamentale: la validazione del dolore è il primo passo del processo di cura.
Senza questa fiducia, il paziente è condannato a una solitudine che aggrava la patologia stessa e, di conseguenza, anche la qualità di vita.
Nelle patologie che non mettono direttamente a rischio la vita, come la rettocolite ulcerosa, ma che la limitano pesantemente, la qualità di vita è davvero considerata un obiettivo di cura?
Nella rettocolite ulcerosa, così come in molte patologie croniche, esiste un divario enorme tra "malattia in remissione" e "qualità di vita".
Quando la malattia si trova in fase attiva, la sofferenza è evidente e la qualità di vita è pessima.
Quello che spesso in medicina si ignora è che anche quando la malattia è quiescente, la quotidianità risulta compromessa. Mi riferisco alla presenza di sintomi come la stanchezza cronica, l'intolleranza al freddo, le alterazioni del metabolismo, i dolori articolari migranti... senza contare l'aspetto psicologico.
Sono tutti sintomi che impattano significativamente sulla quotidianità, limitando la libertà e l'indipendenza del singolo.
La qualità di vita deve essere l'obiettivo primario del percorso terapeutico che va perseguito ANCHE quando la malattia è "tecnicamente" in remissione.
Non dobbiamo mai dimenticarci che, anche se le nostre malattie purtroppo sono inguaribili, sono certamente curabili.
Essere al tempo stesso medico e paziente la fa sentire più vicina ai suoi pazienti? Consiglierebbe la scrittura come terapia “di supporto” per gestire le emozioni?
Vivere da entrambi i lati della scrivania, mi ha reso un medico migliore. Il mio vissuto come paziente ha abbattuto il muro della distanza professionale, permettendomi di relazionarmi con le persone ad un livello molto più profondo. Comprendo il loro dolore perché ne conosco il peso specifico.
Per questo, consiglio vivamente la scrittura a chiunque stia affrontando una malattia o un periodo difficile.
Scrivere è un vero atto di igiene mentale. La scrittura permette di tirare fuori il dolore, dandogli una forma e una dimensione. Quando si trasferisce una emozione su carta, essa perde la connotazione di "indefinibilità" che la rende travolgente e se ne ottiene un maggior controllo.



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