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Giorgio Bosso: l’arte come bussola nella malattia

di Giulia Catricalà



Le tele di Giorgio Bosso sembrano comporre una veglia luminosa. I pigmenti sono corrispondenze, sguardi che si spingono oltre la ferita. Nel suo studio si ha la sensazione di essere osservati da tanti occhi curiosi e brillanti: quelli di una ridente famiglia di robot spaziali. Le opere, infatti, fanno parte di un progetto sia umano che ambizioso: far sorridere i piccoli pazienti oncologici e, allo stesso tempo, promuovere la ricerca sul cancro.

Dietro questo impegno si cela un percorso personale che attraversa la malattia e la lenta ricostruzione di uno sguardo sul mondo. 

Bosso non è arrivato all’arte seguendo un destino lineare: la pittura è stata un approdo, una necessità.


Mamatron e Papatron, due robot che vivono su “Starlight Guardian”, notano che sulla Terra esistono zone meno luminose e decidono di partire con i loro figli per capirne il motivo.


Ci racconti qualcosa in più sul tuo progetto artistico destinato ai piccoli pazienti oncologici?


Mamatron e Papatron sono i genitori di questa squadra di figli, e hanno la vista lunga: quelle zone 'meno luminose' che hanno visto dallo spazio sono i luoghi dove i piccoli guerrieri combattono le loro battaglie più difficili. Il progetto Starlight Guardians nasce proprio per rispondere a quel richiamo e riportare la luce dove sembra essersi affievolita.

Di fatto questi Robot possono essere visti solo dai bimbi in ospedale. Perché è giusto che loro possano avere questo sodalizio con le loro fantasie, dove i caratteri immaginari creino un dialogo positivo e possano apportare quella forza, gioia e fiducia di cui i pazienti hanno tanto bisogno per andare avanti nel percorso di guarigione.


La pittura, e l’arte in generale, possono far emergere delle memorie represse, un vissuto irrisolto radicato nel passato? Ci parli della tua esperienza?


Il mio approccio all'arte è un atto di profonda empatia e meticolosa osservazione. La mia pratica si concentra nel rivelare la luminescenza nascosta all'interno dell'esperienza quotidiana: una ricerca di luce, resilienza e silenziosa trascendenza, soprattutto in contesti segnati dalla vulnerabilità. Il mio obiettivo è tradurre complessi paesaggi emotivi in forme tangibili e visivamente d'impatto, che parlino sia della lotta individuale che della speranza universale. Questa ricerca della luce comporta spesso un uso del colore e della forma vibrante, ma al contempo preciso, per creare spazi di trasformazione luminosa che offrano allo spettatore un senso di meraviglia e conforto. Il mio lavoro funge da custode, proteggendo e illuminando la forza invisibile dello spirito umano. Non sono nato artista ma la vita mi ha portato a trasformare un mondo nel quale non c’era luminosità dentro di me in un altro  dove i colori hanno il sopravvento.


Le tue opere si distinguono per la luce straordinaria e i colori vivi e accesi.

Ci racconti del tuo rapporto con l’acrilico, la sabbia e il pigmento?


Questi quadri non sono solo decorazioni, sono veri e propri 'Guardiani di Luce'. La mia visione è che ogni bambino, guardando queste opere, possa sentirsi protetto e ritrovare quel senso di meraviglia e trascendenza che la malattia a volte oscura, grazie anche ai colori. Vogliamo che l'arte diventi uno scudo e una bussola: un modo per dire a queste famiglie che, anche nelle zone d'ombra, esistono stelle che non smettono mai di brillare. Il nostro obiettivo finale è quello di portare questa missione nei musei civici, affinché tutta la comunità possa imparare dai bambini cosa significa essere, davvero, dei Guardiani delle Stelle.

 
 
 

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