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Un progetto virtuoso: Il lavoro che cura

di Giulia Catricalà



Il lavoro, oggi, è ancora modellato su persone sempre performanti e in ottima salute, ma la realtà racconta un’altra dimensione. Una quota crescente di lavoratori, infatti, convive con malattie croniche, condizioni invisibili che mettono a dura prova la quotidianità dei lavoratori e rivelano le falle della maggior parte dei modelli organizzativi. Da questa frattura nasce Il lavoro che cura, il progetto che intende trasformare le vulnerabilità umane in una leva di innovazione e valore condiviso attraverso laboratori, orientamento e strategie mirate. Ne parliamo con l’ideatrice, la dott.ssa Marianna Masullo.


Circa il 30% dei lavoratori convive con una malattia cronica e fino a un quarto riduce le ore o cambia lavoro per motivi di salute. Che cosa rivelano questi numeri sul rapporto attuale tra lavoro e salute, e perché è urgente ripensarlo?


Questi numeri raccontano una verità scomoda: il lavoro è ancora progettato per corpi ementi “sempre disponibili”, come se la salute fosse una variabile privata e non strutturale.

Quando il 30% delle persone convive con una malattia cronica e una su quattro è costretta a ridurre o cambiare lavoro, non siamo davanti a eccezioni, ma a un fallimento di sistema.

Il lavoro oggi funziona solo quando va tutto bene. Appena la vita rallenta, a causa di un imprevisto o di una malattia cronica, diventa espulsivo. Ripensarlo è urgente perché la fragilità non è un imprevisto: è una condizione ordinaria del lavoro contemporaneo. Ignorarla significa perdere competenze, continuità, valore umano e organizzativo.


Parlate di “wellbeing mismatch”: dove si crea concretamente la distanza tra le iniziative aziendali e la realtà di chi vive con malattie croniche, e quali strumenti operativi proponete per ridurla?


Il mismatch nasce quando il well being resta un insieme di iniziative isolate: benefit standard, sportelli di ascolto, policy dichiarative. Tutto utile, ma scollegato dal mondo reale in cui il lavoro è organizzato.

Chi vive con una malattia cronica non ha bisogno di “attenzioni extra”, ma di processi che sostengano: carichi sostenibili, ruoli chiari, flessibilità reale, continuità anche in assenza.

Per ridurre la distanza interveniamo sull’operatività: audit organizzativi human-centered, ridisegno di workflow e responsabilità, strumenti di misurazione, formazione concreta per manager. Non curiamo le persone. Progettiamo il lavoro in maniera differente e più consapevole.


Dal punto di vista di una persona con malattia cronica, cosa cambia nella quotidianità quando un’azienda adotta il modello de “Il lavoro che cura”?


Cambia la possibilità di non dover scegliere tra salute e lavoro. In un’azienda che adotta “Il lavoro che cura”, la fragilità non è un segreto da gestire in solitudine. I carichi sono distribuiti, i processi documentati, le assenze non diventano colpa.

Questo significa meno presentismo, meno paura, più lucidità. La persona può lavorare al ritmo giusto, sapendo che il sistema la sorregge. Non si chiede di essere sempre al 100%,ma di contribuire in modo sostenibile nel tempo. La produttività non sparisce: diventa più intelligente.


Il vostro progetto mira a un cambiamento culturale oltre che organizzativo. Perché c’è ancora tanta ignoranza a livello culturale, sociale e medico sulle patologie invisibili?


Perché culturalmente siamo ancora legati a un’idea di salute binaria: o stai bene o sei malato. Le patologie invisibili rompono questo schema, ma il lavoro, la società e spesso anche la medicina, non si sono aggiornati. In azienda pesa una cultura della performance costante; socialmente, la fragilità è vista come debolezza; a livello medico, manca dialogo con i contesti di vita e lavoro. “Il lavoro che cura” nasce proprio qui: dall’esperienza reale di chi ha attraversato la malattia senza smettere di essere competente. Portiamo metodo e umanità insieme, perché la sostenibilità vera nasce quando si accetta la complessità, invece di negarla.

 
 
 

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