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Segnali dal corpo: la prevenzione inizia a tavola

di Giulia Catricalà


Dott. Antonio Corsano


L’alimentazione può influenzare profondamente il metabolismo, l’infiammazione e la risposta immunitaria, favorendo l’insorgenza di numerose patologie croniche, fra cui quelle autoimmuni. Nelle patologie già manifeste l’intervento nutrizionale non sostituisce le terapie farmacologiche, ma può ridurre sensibilmente l’attività infiammatoria e favorire un miglioramento dei sintomi e della qualità di vita. Ne abbiamo parlato con l’allergologo e neuro-psico-endocrinologo Antonio Corsano, autore di Intelligenza biologica, che ci aiuta a comprendere meglio il legame tra stile di vita, stress ossidativo, citochine infiammatorie e disbiosi intestinale. 


Dottor Corsano, negli ultimi 25 anni sono emerse molte evidenze sul ruolo delle alterazioni metaboliche e dell’infiammazione cronica di basso grado, non sempre tradotte nella pratica clinica. Pensiamo, per esempio, all’insulino-resistenza, che può avere ripercussioni molto più ampie sulla salute. Quanto è cruciale l’alimentazione nello sviluppo delle patologie croniche e autoimmuni? E, una volta insorta la malattia, intervenire sull’alimentazione può concretamente modificare i sintomi? Esiste una vera forma di prevenzione?


Negli ultimi decenni la ricerca ha chiarito che molte patologie croniche e autoimmuni condividono meccanismi fisiopatologici legati a disfunzione metabolica e infiammazione cronica di basso grado. L’insulino-resistenza, in particolare, non rappresenta soltanto un fattore di rischio per il diabete, ma una condizione sistemica che spesso è associata ad altri meccanismi come intolleranze enzimatiche, disbiosi intestinale, alterazione della permeabilità intestinale che possono generare alterazioni della funzione immunitaria, dello stress ossidativo e della produzione di citochine pro-infiammatorie, con possibili ricadute su malattie cardiovascolari, epatiche, neurodegenerative e autoimmuni. In questo contesto l’alimentazione è un determinante fondamentale: influenza metabolismo, composizione del microbiota intestinale e risposta immunitaria. Modelli alimentari ricchi di alimenti ultra-processati, zuccheri e grassi di scarsa qualità favoriscono l’infiammazione, mentre una dieta basata su alimenti vegetali, fibre, grassi insaturi e adeguato apporto proteico contribuisce a migliorarne il controllo. Nelle patologie già manifeste, l’intervento nutrizionale non sostituisce le terapie farmacologiche, ma può ridurre l’attività infiammatoria. Sul piano preventivo, le evidenze indicano che promuovere precocemente un metabolismo sano attraverso un corretto stile di vita rappresenta una delle strategie più efficaci per ridurre il carico delle malattie croniche.

 

Dottor Corsano, si parla ancora poco di intolleranza all’istamina: quali sintomi possono farla sospettare e quali test, anche meno conosciuti, possono essere realmente utili per arrivare a una diagnosi corretta? Perché in così pochi prescrivono questo test?


L’intolleranza all’istamina è una condizione ancora dibattuta, poiché non esistono criteri diagnostici universalmente condivisi e i sintomi sono spesso aspecifici. Può manifestarsi con cefalea, orticaria, prurito, rossore cutaneo, congestione nasale, disturbi gastrointestinali, tachicardia e ipotensione, soprattutto dopo il consumo di alimenti ricchi di istamina. La diagnosi richiede un’attenta valutazione clinica, l’esclusione di allergie IgE-mediate e di altre patologie con sintomatologia sovrapponibile, seguita dall’eventuale risposta a una dieta a ridotto contenuto di istamina e alla successiva reintroduzione controllata degli alimenti. Tra gli esami proposti figurano il dosaggio dell’attività della diamino ossidasi (DAO), principale enzima deputato alla degradazione dell’istamina, e, in centri specializzati, la determinazione dell’istamina o dei suoi metaboliti. La diamino ossidasi viene prodotta a livello intestinale e nei casi in cui è presente un processo infiammatorio di basso grado può essere ridotta la sua produzione con conseguente accumulo di istamina. Tuttavia, questi test presentano limiti di sensibilità, specificità e standardizzazione e, se considerati isolatamente, non consentono una diagnosi definitiva. Proprio l’assenza di biomarcatori validati e di linee guida univoche spiega perché tali esami non siano prescritti routinariamente: il loro risultato deve sempre essere interpretato nel contesto clinico e non può sostituire una valutazione specialistica completa.

 

Nel suo libro “Intelligenza biologica” parla della capacità del corpo di mandarci dei segnali. Quali sono quelli che più spesso ignoriamo e che, invece, dovremmo imparare ad ascoltare per prevenire un deterioramento dello stato di salute? 


Il nostro organismo dispone di sofisticati sistemi di regolazione che, quando l’equilibrio biologico si altera, generano segnali spesso precoci ma facilmente sottovalutati. Stanchezza persistente, sonno non ristoratore, fame frequente, desiderio di zuccheri, aumento della circonferenza addominale, difficoltà di concentrazione, disturbi gastrointestinali ricorrenti, dolori muscolari diffusi o infezioni ripetute non sono necessariamente conseguenze dello stress o dell’etàperché sono presenti sempre più frequentemente anche nei giovani, ma possono riflettere alterazioni metaboliche, infiammazione cronica di basso grado, disbiosi intestinale o squilibri ormonali. Questi segnali rappresentano un tentativo dell’organismo di adattarsi a una condizione di disequilibrio, prima che compaiano alterazioni clinicamente evidenti. Nel libro “Intelligenza biologica” di recente pubblicazione e nel precedente libro “Artefici o Vittime” descrivo proprio questa capacità del corpo di comunicare il proprio stato funzionale attraverso sintomi che, se interpretati correttamente, consentono interventi tempestivi. Ascoltare tali segnali, non significa attribuire ogni disturbo a una malattia, ma vanno considerarli nel loro insieme, integrandoli con anamnesi, valutazione clinica ed eventuali indagini mirate. Intervenire precocemente su alimentazione, attività fisica, qualità del sonno, gestione dello stress e salute metabolica può ripristinare l’omeostasi, ridurre il rischio di progressione verso patologie croniche e migliorare il benessere complessivo.

 

 

Oggi si ricorre sempre più spesso agli integratori, talvolta prescritti anche in quantità importanti, mentre si dedica molta meno attenzione a ciò che mangiamo ogni giorno. C’è il rischio di cercare nell’integrazione una scorciatoia, intervenendo sulla singola carenza senza correggere prima il terreno metabolico e alimentare?


Gli integratori rappresentano uno strumento utile quando esiste una carenza documentata, un aumentato fabbisogno o specifiche indicazioni cliniche, ma non possono sostituire un’alimentazione antinfiammatoria equilibrata né correggere, da soli, le alterazioni metaboliche che sono alla base di molte patologie croniche. Il rischio è quello di adottare un approccio riduzionistico, focalizzato sul singolo nutriente o sul sintomo, trascurando il contesto biologico complessivo. La qualità della dieta, oggi possiamo parlare di alimentazione antinfiammatoria il più possibile varia basata sull’utilizzo di alimenti freschi e stagionali, il bilancio energetico, la composizione del microbiota, l’attività fisica, il sonno e la gestione dello stress influenzano profondamente metabolismo, infiammazione e funzione immunitaria, con effetti che nessun integratore è in grado di replicare. Le evidenze scientifiche mostrano che i maggiori benefici in termini di prevenzione e salute derivano da modelli alimentari complessivi, più che dall’assunzione isolata di vitamine o altri supplementi. Per questo l’integrazione dovrebbe essere personalizzata, basata su una valutazione clinica e laboratoristica e inserita all’interno di un percorso terapeutico più ampio. 

 
 
 

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